Le emozioni ed i ragazzi

"Perché nello sviluppo di ogni energia morale c’è sempre all’inizio una fase in cui essa indebolisce l’anima della quale un giorno rappresenterà forse la più ardita esperienza: quasi che le sue radici dovessero prima affondare, saggiando e sconvolgendolo, nel terreno che più tardi saranno destinate a consolidare.”

(Musil, il giovane Tӧrless)


Le basi neurobiologiche.

Secondo la teoria costruttivista delle emozioni, esse sono presenti nel nostro corredo neurobiologico come precursori fin dai primi mesi di vita. Sappiamo che il cervello si sviluppa anche e soprattutto grazie alle esperienze ed ai fattori socio-ambientali; tanto che le nuove teorie (Greenough) sostengono che il bambino nasce avendo inscritto nel proprio patrimonio un aspettativa di esperienze (experience-expectant) di tipo affettivo e cognitivo-relazionale necessaria al suo sviluppo.

Nel corso dei primi due anni di vita vi è una maturazione molto accentuata del cervello grazie alle spinte maturative legate al patrimonio genetico ed alle importantissime esperienze relazionali che il bambino ha con chi si prende cura di lui (per un’analisi più approfondita sullo sviluppo del cervello visita la sezione “ la mente adolescente”).

In questa fase, ciò che gioca un ruolo decisivo nello sviluppo sociale ed emozionale sono le esperienze visive (ad es. il volto materno e gli scambi oculari).

Il contatto occhio ad occhio e lo sguardo, infatti, rappresentano la forma di comunicazione più intensa sul piano relazionale e sono i principali mediatori comportamentali dell’attaccamento. Questi sguardi di rispecchiamento reciproco consentono una corrispondenza temporale ed affettiva con uno stato psicofisiologico simile tra madre e bambino.

Possiamo parlare di una vera e propria “proto conversazione” mediata dagli orientamenti oculari, dalla vocalizzazione e dai movimenti gestuali (delle mani, delle braccia e della testa), tutti coordinati per esprimere la consapevolezza interpersonale fortemente colorita dal punto di vista emozionale. Nei primi due anni di vita, infatti, i processi di sviluppo sono sostenuti dall’emisfero cerebrale destro - deputato alla modulazione delle emozioni ed ai comportamenti non verbali - che è dominante durante tutta la fase prelinguistica.

Le emozioni sono, dunque, presenti fin dall’inizio della vita; ma una vera consapevolezza degli stati affettivi si sviluppa solo in seguito ad una maggiore coscienza di sé e degli altri ed aumenta maggiormente in adolescenza grazie alla nuova maturazione cognitiva (l’emisfero sinistro, deputato alla rappresentazione delle emozioni ed alla loro espressione linguistica è, infatti, maggiormente coinvolto nelle fasi successive dello sviluppo).

Per questo motivo è in questa stadio dello sviluppo che le emozioni assumono un ruolo sempre più importante.

Durante l’adolescenza avvengono grandi cambiamenti, che hanno profonde risonanze emotive nell’adolescente che li vive (ad es. la vergogna per le proprie trasformazioni corporee nei confronti delle quali l’adolescente può mostrarsi riservato e pudico o sentimenti di depersonalizzazione per le trasformazioni somatiche che non lo fanno più riconoscere e per le quali passa molto tempo allo specchio, controllandosi in continuazione), così come nei genitori e nell’intera società.

 

In questa fase avvengono:

  • cambiamenti somatici e sessuali: questi cambiamenti, per certi versi attesi, impegnano i ragazzi in un lungo processo di adattamento nel tentativo di integrarli in una nuova immagine di Sé;
  • nuove acquisizioni cognitive: la modalità di pensiero e le strategie operative cambiano. si raggiunge il pensiero ipotetico - deduttivo;
  • riorganizzazione dell’identità: il senso di Sé fino a quel momento era legato al contesto familiare ed alle figure genitoriali, ora si comincia ad definire una propria identità attraverso un senso di sé più maturo ed un aumento della consapevolezza di sé e dei propri limiti, suscitando stati affettivi complessi che sono tipici di quest’età.

Gli stati affettivi soggettivi che possono essere ora sperimentati sono maggiormente differenziati: la gelosia, il risentimento, la solitudine, la colpa, la noia, il senso di vuoto.

Grazie al raggiunto pensiero ipotetico si assiste ad un vero e proprio “salto” nel vissuto psicologico delle emozioni.

Interviene, innanzitutto, nel modo di percepire se stessi e gli altri una certa relatività (anche se in questo momento provo del risentimento nei confronti dei miei genitori so che è uno stato temporaneo che si inscrive all’interno di una relazione) e gli stati affettivi, che nell’infanzia erano rigidi, diventano reversibili.

I ragazzi cominciano ad avvertire che verso la stessa persona si possono provare sentimenti positivi ma anche negativi (ambivalenza) ed i genitori, che prima rappresentavano tutto il mondo dei bambini, vengono “de idealizzati”, con conseguenti sentimenti di rabbia e rivalsa.

Uno dei principali compiti evolutivi dell’adolescenza è il processo di distacco dal mondo dell’infanzia e dei genitori. I legami di attaccamento dell'infanzia devono essere recisi perché il processo di formazione dell'individualità possa avere luogo.

Pur tuttavia, il venir meno degli oggetti di identificazione infantile costituisce una vera e propria esperienza di perdita di sé, insieme ai propri legami d'amore infantili.

I ragazzi, cioè, possono avvertire un senso di vuoto, di inutilità e di perdita, provando nostalgia per la tranquillità e la sicurezza del passato.

Sono tipiche di queste età le brusche oscillazioni dell’umore con atteggiamenti contrastanti di autonomia/dipendenza e di allegria/tristezza e la forte conflittualità con i genitori.

I genitori non sono più gli esseri perfetti dell’infanzia, ma persone con i loro stati mentali, i loro obiettivi ed i loro umori.

L’adolescente che si distacca dai genitori comincia ad investire sopratutto se stesso (diviene molto centrato su di sé, è suscettibile- ovvero qualunque cosa rappresenta una ferita - , ha bisogno di essere approvato dai coetanei ed possiede un senso grandioso di sé, manifestando una certa onnipotenza).

Con la sensazione di perdita della propria immagine infantile, del proprio ruolo di bambino e del proprio corpo nella sua forma infantile - propri della prima fase dell'adolescenza - prevalgono l'ambivalenza ed i meccanismi di negazione, che lasciano sentimenti di incertezza ed insicurezza ed il bisogno di ricercare rassicurazioni diventa sempre più marcato.

Per quanto riguarda la configurazione mentale, l’adolescente - in seguito al disinvestimento dei genitori - assume una configurazione cosiddetta narcisistica.

Ciò vuol dire che in questo periodo l’investimento libidico sui propri pensieri ed emozioni è  incentrato sul sé, anche quando si rivolge ad oggetti esterni: Gli innamoramenti o le discussioni sui valori o sui problemi dell'umanità sono mezzi per raggiungere la consapevolezza di sé oltre che  passi per realizzare un contatto più profondo con il mondo esterno.


L’adolescente vive nello scenario mentale del gruppo.

Il gruppo con il quale si stabilisce un rapporto di complicità e di collusione come se si fosse un unico individuo, diventa sempre più importante. Nel gruppo l’adolescente afferma se stesso ottenendo rispecchiamento e conferma.

In questa fase della vita, lo spazio psichico è allargato, per cui l’adolescenze -soprattutto dai 12 ai 14 anni- tende ad investire dei suoi sentimenti ed emozioni il gruppo dei pari.

C'e' in questo periodo un bisogno fortissimo di identificazioni, con la ricerca di figure da idealizzare e di cui introiettare aspetti e caratteristiche ideali, che vengono poi velocemente abbandonate e persino criticate.

Una forma di rassicurazione, più frequentemente attuata dai maschi, viene trovata nell'appartenenza ad una banda/gruppo di coetanei, che permette di esprimere aggressività, socializzare la colpa, difendere la propria incerta identità, svalutando chi sia diverso anche solo per modo di vestire. Per le ragazze, il bisogno di sicurezza, invece, viene più spesso ricercato in un'amica del cuore, attraverso la condivisione dei sentimenti e l'identificazione reciproca.

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