Eventi stressanti e crisi

Ogni fase nel ciclo della nostra vita ci pone davanti a compiti di sviluppo precisi.

Lo sviluppo è un processo che continua durante tutta la vita, può essere influenzato da passaggi che tutti noi attraversiamo (infanzia, adolescenza, età adulta, terza età) o ad altri eventi di vita, che non sono predeterminati e possono essere di tipo culturale, sociologico, personale, biologico, fisico-ambientale.

Questi eventi segnano un momento della vita, cioè agiscono come marcatori, generando riflessioni e muovendo l’individuo verso il cambiamento.

Nell’età adulta, compiti di sviluppo specifici sono:

  • Assistere gli adolescenti nel loro percorso verso la vita adulta in modo responsabile e felice
  • Assumersi responsabilità civiche e sociali
  • Raggiungere e mantenere un livello di prestazione soddisfacente nell’attività lavorativa
  • Sviluppare attività del tempo libero tipiche dell’età adulta
  • Relazionarsi al coniuge in maniera meno dipendente dal ruolo
  • Accettare e adattarsi ai cambiamenti della mezza età

Nella Scala di riadattamento sociale di Holmes e Rahe (1967) l’evento definito più stressante è la morte del coniuge, seguito dal divorzio e dalla separazione; eventi moderatamente stressanti sono le modifiche delle responsabilità sul lavoro e l’abbandono della casa da parte dei figli. 

Gli eventi della vita possono essere positivi o negativi, ma in entrambi i casi generano stress. Dopo che un evento è accaduto, l’individuo mette in atto un processo di valutazione che influisce sulla percezione di sé, generando una diversa autostima e identità.

Poiché lo stress e l’acquisizione di esperienza sono parte integrante dei processi maturativi, gli eventi della vita possono portare a vere e proprie crisi nella definizione della propria identità, ma anche esser utilizzate per produrre cambiamento e maturazione.

Normalmente, di fronte ad eventi di vita importanti, le persone mettono in atto le loro strategie di coping, ovvero le abilità di affrontare i problemi, che ognuno di noi ha sviluppato nel corso della propria esistenza.

Se i modelli di coping sono adeguati, gli individui dimostrano:

  • di capire se l’evento scatenante proviene dall’esterno o dall’interno 
  • di controllare la situazione
  • di aver in mente la durata transitoria o permanente dell’evento
  • di padroneggiare lo stress

 

Ma non sempre le cose vanno così. A partire dalla prima infanzia e per tutta la vita la psiche umana è portata a sviluppare delle strategie in grado di assicurare il più possibile la persistenza dell’equilibrio psicologico individuale. Tali accomodamenti, operati al di fuori della sfera cosciente inizialmente con lo scopo di mantenere il proprio benessere psicologico possono, tuttavia, per vari motivi divenire non più modulabili o funzionali al punto da condizionare il rapporto con se stessi, la comunità e la famiglia, trasformando la vita di tutti i giorni in un esperienza spesso penosa e insostenibile.

In questi casi, può capitare di vivere una forte situazione di disagio personale in seguito ad un evento scatenante.
Possiamo definire il disagio psicologico come un problema di natura emotiva che si manifesta con profonda tensione e preoccupazione generando nella persona un certo grado di insoddisfazione nel rapporto con gli altri, nella vita lavorativa e nella percezione e nell’immagine di sé (scarsa motivazione, incapacità a prendere decisioni, svalutazione di sé).

Dato che il malessere psicologico può assumere diverse forme, ogni individuo esprimerà il proprio disagio attraverso comportamenti ed atteggiamenti diversi.

Tra le sofferenze psicologiche più comunemente riferite dai pazienti, ci sono:

  • Situazioni di disagio esistenziale (non meglio definibile). Più di un disagio circoscritto e specifico si tratta di un’ atteggiamento generale rispetto alla vita: ci si sente incompleti o inadeguati, privi di stimoli e la noia pervade le giornate.
  • Alterazioni dell'umore (stati ansiosi e stati depressivi) o condizioni di sofferenza soggettiva variamente classificabili come nervosismo o stress. Spesso si manifestano in associazione o sono seguiti da sintomi vari quali insonnia, attacchi di panico, ossessioni e fobie.
  • Situazioni cosiddette “reattive” in cui il disagio si presenta in concomitanza con un qualche evento esterno - morte di una persona cara, separazione, divorzio, grave difficoltà economica, mobbing sul lavoro- che suscita nella persona una condizione di sofferenza psicologica.
  • Disturbi “psicosomatici” (ipertensione, ulcera, eczema o asma). Si tratta di malattie o processi in grado di comportare danni a livello organico nella cui eziogenesi sono considerati determinanti i fattori psico-sociali. Di norma questi disturbi emergono dopo che il soggetto ha vissuto, a livello intrapsichico o relazionale, situazioni conflittuali a grande risonanza affettiva.
  • Disturbi definibili come “comportamentali”: quando le normali attività e soprattutto lo stato di salute e benessere della persona vengono compromessi da comportamenti o stimoli comportamentali specifici. In questi casi si possono sviluppare disordini alimentari, anoressia, bulimia; condizioni di dipendenza da alcool o droga come da gioco d'azzardo od internet.
  • Disordini mentali o stati psicopatologici veri e propri come depressione clinica, schizofrenia, ritardo mentale, psicopatologie dell'infanzia e dell'adolescenza.

 

Il malessere psicologico, soprattutto se tende ad essere costante nel tempo, non va mai trascurato ma merita attenzione e può essere approfondito insieme ad uno specialista.

La Consulenza di uno psicologo può fornire un primo aiuto psicologico utile in situazioni di malessere o disagio di lieve entità.

Ciò nonostante, se nel caso di episodi psicotici la richiesta d’aiuto psichiatrico, soprattutto da parte dei familiari, è tempestiva; per i disturbi psicologici di media o lieve entità, che non sono ancora avvertiti dal soggetto come limitanti o invalidanti nel lavoro e nel contesto socio – familiare, si tende a procrastinare la richiesta d’aiuto.

Pur intuendo che sarebbe il caso di consultare uno psicologo, molte persone, il più delle volte, decidono infatti di non rivolgersi ad un professionista.

A volte il disagio viene “medicalizzato” (considerando qualsiasi squilibrio emotivo e affettivo come una parte del “corpo malato”), altre iper razionalizzato (ritenendo che certi problemi "solo psicologici" di fatto non siano problemi, la questione viene ridotta ad un qualcosa di risolvibile grazie al consiglio di un amico).

In entrambi i casi, la richiesta d’aiuto non viene fatta per il timore inconscio che andare dallo psicologo significhi "essere pazzo" od “avere qualcosa che non funziona”.

Come recenti studi hanno dimostrato, dall’insorgere di un disagio psicologico alla richiesta di aiuto generalmente passa un lasso di tempo entro il quale il problema che affligge la persona influisce percettibilmente nella conduzione della sua vita fino ad arrivare ad invalidare aree specifiche del vivere quotidiano. Nel momento in cui una determinata condizione psicologica di malessere compromette significativamente le capacità lavorative e sociali di una persona si parla di un vero e proprio disturbo psicologico.

Il professionista più adatto a cui rivolgere la richiesta di aiuto sarà allora lo psicoterapeuta.

Un percorso di psicoterapia attraverso l’esplorazione degli aspetti inconsci che determinano il comportamento e le costellazioni sintomatologiche della persona potrà attenuare o, quando questo sia possibile, risolvere lo stato di disagio psicologico complessivo e far emergere nuove possibilità esistenziali.

Si può rivolgere allo Psicologo-psicoterapeuta chiunque avverta la necessità di una consulenza specialistica: dalla persona in difficoltà alla famiglia che intende adottare un bambino, al genitore che desidera migliorare la relazione con i figli, agli operatori sociali che richiedono consulenze e collaborazioni, agli imprenditori od aziende per affrontare problematiche relazionali e/o organizzative. Questi sono solo alcuni esempi tra i tanti possibili.

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