Mobbing sul lavoro

Il termine mobbing deriva dall' inglese “to mob” (“assalire con violenza”) e normalmente viene usato per indicare l’aggressione psicologica, protratta nel tempo, operata sul lavoro.

Gli studi su questo tipo di terrorismo psicologico, indicano che ne sono prevalentemente colpiti uomini con un'età media di 43 anni più spesso collocati come quadri e dirigenti; ma anche le donne fra i 20 e i 30 che vivono in un contesto di fragilità contrattuale e i giovani appena assunti, specie quelli con contratti a termine.

Il processo di Mobbing molto spesso ha inizio da un conflitto concernente l’organizzazione del lavoro, che - non adeguatamente gestito - si trasforma in un conflitto personale.

In alcuni casi è la personale interpretazione di un dirigente o di un operatore aziendale con compito di supervisore, che da il via a situazioni stressanti irreversibili che poi sfociano nel fenomeno “Mobbing”, a scapito del soggetto ritenuto più fragile psicologicamente o più esposto socialmente.

La violenza psicologica viene così a rappresentare una delle prassi usate per “liberarsi” di chi non è più desiderato dall'azienda o dai colleghi.

 

La personalità pre-Mobbing della vittima viene spesso utilizzata per discolpare il mobber o per dimostrare che l’azienda non ha alcuna responsabilità o che comunque il conflitto sorto nell’ambito dell’ambiente di lavoro è stato determinato da precedenti disturbi psicologici del soggetto mobbizzato, legati alla sua personalità, al suo carattere ed ai suoi specifici problemi personali e sociali, senza perciò tenere conto dei fattori ambientali e situazionali inerenti al lavoro.

Il mobbizzato viene posto in cattiva luce e la crescente stigmatizzazione ed il clima di pregiudizi e di condizionamenti sul luogo di lavoro crea in lui stati confusionali e di crisi esistenziale, famigliare e sociale che possono sfociare in una crisi di identità od in una dissociazione mentale a gravi contenuti depressivi.

La vittima può reagire inizialmente protestando, ponendo in atto rivendicazioni e denunciando i conflitti, fino ad arrivare ad uno scontro diretto con l’organizzazione, che in alcuni casi arriva anche al licenziamento spontaneo o forzato.

La penosa situazione di conflitto venuta a crearsi forma una specie di corazza psicologica che ostacola una forma di libero contatto obiettivo e criticamente costruttivo.

In ogni caso il processo altamente distruttivo e vessatorio per il sé e per l’equilibrio psicofisico del mobbizzato produce in lui un grave stato di stress ed il senso profondo di inadeguatezza e di sfiducia in sé e negli altri lo rende incapace di realizzare le istanze del compito assegnatogli e mina le sue stesse capacità cognitive e sociali.

Il terrorismo psicologico e le vessazioni ripetute quotidianamente e costantemente per almeno sei mesi, sono, infatti, spesso causa - nel lavoratore aggredito - di disturbi fisici quali: disturbi tiroidei, disturbi cardiocircolatori, disturbi gastrici e del sistema digerente, ipertensione, disturbi del sistema urinario e della sfera sessuale, dolori osteoarticolari, calo delle difese immunitarie con subentrante vulnerabilità a malattie sistemiche e multifattoriali come le cefalee, sudorazione improvvisa, disturbi somatomorfi, insonnia tenace, disturbi della concentrazione e della memoria, ansia e attacchi di panico, depressione, sindrome dissociativa ecc.

 

A seconda di chi lo promuove si possono distinguere due tipi di mobbing:

  • verticale: quando è operato dai vertici aziendali
  • orizzontale: quando è operato da uno o più colleghi

Herald Ege ha proposto un modello processuale di Mobbing che si struttura in sei fasi, precedute da una pre-fase detta “condizione zero”.

Nella condizione zero non esiste una vittima, ma soltanto la condizione ideale attraverso la quale il Mobbing può prendere corpo.

1° Fase: del conflitto mirato.

Il mobber o i mobbers procedono all’individuazione della vittima mentre nasce e si sviluppa in loro la convinzione di distruggerla ed eliminarla addossando colpe per ritardi, per errori, per comportamenti aberranti ecc., spingendo il conflitto fino a toccare aspetti di vita privata della vittima.

2° Fase: dell’inizio del Mobbing.

Vengono poste in essere azioni distruttive, tendenti ad isolare la vittima; si inaspriscono i rapporti e si creano situazioni che fanno sentire la vittima in disagio con se stesso e con l’ambiente di lavoro. Il mobbizzato inizia ad interrogarsi sui motivi dei diversi comportamenti e finisce così con l’avere il dubbio che siano sue le colpe di tutto ciò che accade.

3° Fase: dell’inizio dei primi sintomi psicosomatici.

Dopo la I^ e la II^ fase, la vittima comincia ad accusare disturbi del comportamento, perdita della capacità di critica e di autocritica, disagi esistenziali, difficoltà digestive ed insonnia. La persona inizia a manifestare cedimento della sua individualità e del suo autocontrollo, con ricorrenti scatti di nervosismo e di sfiducia nelle sue capacità soggettive e di lavoro, con senso di inadeguatezza e di annullamento.

4° Fase: degli errori e degli abusi dell’amministrazione del personale.

In questa fase, che risulta la più crudele, il mobbizzato viene ufficializzato e quindi dato in pasto all’attenzione ed alla critica spietata e spesso illogica di tutti i dirigenti e di tutti i dipendenti dell’azienda. Nel corso di questa fase la vittima si assenta dal lavoro sempre più frequentemente accusando malattia. L’amministrazione del personale ne approfitta convocando ripetutamente ed in forma progressivamente aggressiva il mobbizzato, minacciandolo di sanzioni disciplinari in caso di persistenza del comportamento di assenza per malattia.

Assistiamo a tal punto ad un atto di colpevolizzazione della vittima, con minacce e con provvedimenti punitivi.

5° Fase: dell’aggravamento della salute della vittima.

Il lavoratore, ormai mobbizzato e da tutti osservato, è in preda alla disperazione e all’angoscia e cerca di curarsi utilizzando psicofarmaci e terapie sintomatiche che però non riescono a risolvergli i problemi del lavoro.

In questa fase il lavoratore slatentizza e subisce idee ossessive e manie di persecuzione che indirizza verso i colleghi di lavoro e verso l’azienda. A tal punto lo stato generale di disagio e di malattia spingono la vittima verso un quadro di depressione grave.

6° Fase: dell’esclusione dal mondo del lavoro.

A questo punto il lavoratore mobbizzato si dimette e/o si fa licenziare oppure ricorre al prepensionamento.

 

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