Adulti

La transizione alla condizione adulta non si configura come un passaggio definitivo connotato da marcatori temporali precisi. Essa rappresenta piuttosto una fase di moratoria notevolmente estesa nel tempo ed implica una doppia transizione: dalla adolescenza a giovane adulto e da giovane adulto ad adulto.

Con il termine “giovane adulto” viene indicata una condizione esistenziale che integra traguardi tipicamente adulti, come l’indipendenza economica e la stabilità lavorativa, con dimensioni ancora giovanili, quali la dipendenza affettiva dai genitori e la difficoltà nella gestione autonoma del tempo.

Stabilire gli elementi che delineano il passaggio dalla giovinezza alla maturità non è impresa facile.

Se dal punto di vista cronologico, indicativamente, rientrano in questa categoria gli individui dai 18/20 anni fino ai 35, i comportamenti comunemente usati quali indicatori della transizione nell’età adulta sono:

1) il termine degli studi;

2) l’entrata nel mercato del lavoro;

3) l’uscita dalla famiglia d’origine,

4) la costituzione di una famiglia propria;

5) l’avere dei figli.

Se è vero che la crisi socio-economica rende sempre più difficile completare questo passaggio; è altrettanto vero che le difficoltà esterne non possono trovare soluzioni possibili poiché spesso nascondono complesse motivazioni psicologiche e riflettono profonde trasformazioni sociali.

La “svolta antiautoritaria” degli anni 60, ha portato al rifiuto del sistema educativo fino ad allora in auge, incardinato intorno a norme univoche ed a precisi ruoli familiari e istituzionali. La “famiglia etica” orientata alla trasmissione di regole ha ceduto il passo ad una famiglia fondata sull’affetto.

Tra gli anni ’70 e la metà degli anni ’80 c’è stata, poi, una massiccia assunzione di modalità educative appartenenti all’area materna, volte alla protezione e alla dipendenza. Di contro, le azioni prescrittive paterne funzionali all’individuazione e la responsabilizzazione dei giovani attraverso il principio di realtà, il riconoscimento dell’importanza dell’impegno e della capacità di decidere in modo personale è stata criminalizzata.

Ciò ha portato, soprattutto nella società italiana, all’imporsi di un modello familiare “iperprotettivo”, in base al quale i genitori, considerando i figli fragili, vi si sostituiscono continuamente e ne invadono gli spazi, impedendo loro di divenire autonomi.

L’attitudine eccessivamente invasiva dei genitori è caratterizzata da un comportamento di assistenza, anche quando non necessaria, nello svolgimento delle attività di competenza dei figli, l’intrusione nella loro dimensione privata ed un atteggiamento infantilizzante.

L’eccesso di affetto dei genitori rende più difficile il distacco dei giovani dalla famiglia di origine e ne allunga la permanenza all’interno della casa genitoriale, prolungandone la condizione esistenziale di “giovane adulto”.

In base a quanto emerge da un’indagine svolta nel 2007 dall’istituto IARD sulla condizione giovanile in Italia:

  • il 71% dei “giovani adulti” che risiedono presso la dimora parentale, ha a disposizione una stanza in cui ospitare amici o partners;
  • più del 50% organizza feste in casa senza chiedere l’autorizzazione ai genitori, il 90% ne richiede il permesso e lo ottiene;
  • il 40% non contribuisce in nessun modo alle spese.

In conclusione, nella famiglia si crea una complementarietà tra la posizione protettiva dei genitori e quella privilegiata dei figli, configurando una forma di relazione familiare che ritarda o addirittura blocca il naturale percorso evolutivo del giovane, il cui passaggio all’età adulta richiederebbe la capacità di assunzione di responsabilità personali e sociali.

Le ultime ricerche indicano che la difficoltà di passare attraverso una delle cinque soglie che separano la giovinezza dalla vita adulta, ossia l’uscita dalla famiglia di origine, risulta connessa allo stile d’attaccamento dei soggetti.

Il difficile allontanamento dei giovani-adulti dalla casa parentale può essere interpretato come l’espressione di un bisogno di vicinanza alle figure d’attaccamento, vissute come dispensatrici di supporto, rassicurazione e nutrimento alla fragile autostima.

Una ricerca su 1570 studenti dell’Università degli Studi di Padova, di età compresa tra i 18 e i 38 anni (con una media d’età di 22), è andata a rilevare come lo stile d’attaccamento possa condizionare, tra le altre cose, anche la scelta abitativa.

I risultati della presente ricerca indicano che generalmente i soggetti con attaccamento insicuro ansioso, angosciati dalla morte e dalla perdita dell’altro significativo, rimangono strettamente attaccati a quest’ultimo, senza riuscire a dar forma ad uno spazio proprio, né a livello di pensiero (beliefs), né di abitazione.

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